Gli italiani e l’intelligenza artificiale: cosa pensano?

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Roberto Vassallo

La buona notizia è che l’Italia sta attraversando quella che gli osservatori definiscono una “transizione algoritmica”, quella un po’ meno buona è che lo fa con i freni tirati. Secondo i dati raccolti negli ultimi mesi da istituti di ricerca e osservatori del lavoro, il 42% dei cittadini italiani dichiara di non utilizzare alcun sistema di intelligenza artificiale, mentre il 65% non riconosce l’IA quando è già al lavoro nei propri dispositivi quotidiani. Il fenomeno riguarda lavoratori, professionisti, giovani e over 60 in tutto il Paese, dalle grandi città come Milano alle realtà periferiche, ed è particolarmente rilevante oggi perché l’ottimismo verso l’IA in Italia si ferma al 57%, ben al di sotto della media mondiale del 71%. Capire perché gli italiani guardino alla tecnologia con questa ambivalenza è essenziale per comprendere le sfide occupazionali, formative e sociali che il Paese si troverà ad affrontare nei prossimi dieci anni.

Un paradosso silenzioso: si usa l’IA senza saperlo

Il primo dato che emerge dall’analisi è un vero e proprio paradosso percettivo. L’algoritmo, quando non ha un volto o una voce con cui dialogare, diventa invisibile agli occhi di chi lo usa. Solo quando assume le sembianze di un chatbot l’utente medio lo riconosce come intelligenza artificiale, ignorando la mole di processi automatizzati che già regolano app, dispositivi e servizi di uso quotidiano.

I numeri raccontano questa distanza tra percezione e realtà: il 56% degli italiani associa l’IA esclusivamente ai modelli conversazionali, mentre appena il 35% dichiara un’integrazione consapevole e metodica della tecnologia nella propria routine. Un “limbo culturale” di passività conoscitiva che, unito a un indice di ottimismo comparabile solo a quello di Francia (41%) e Giappone (44%), fotografa un Paese che fatica a trasformare l’innovazione in fiducia condivisa.

Il mercato del lavoro tra promesse e paure

Questa incertezza diffusa si riflette con forza nel mondo del lavoro, dove convivono una promessa economica e un rischio occupazionale concreto. Da un lato, le stime McKinsey/Censis parlano di un possibile incremento del PIL fino all’1,8% entro il 2035, pari a circa 38 miliardi di euro di valore aggiunto. Dall’altro, si profila quella che gli analisti chiamano “Job-pocalypse”: fino a 6 milioni di posizioni lavorative a rischio entro il 2035, con 10,5 milioni di lavoratori italiani considerati “altamente esposti” all’automazione.

Il rischio non è uniforme. A pagare il prezzo più alto sono i settori amministrativi, l’inserimento dati e la segreteria esecutiva, dove il 46,6% dei profili a bassa qualifica risulta vulnerabile. Restano invece più protetti i mestieri legati all’artigianato d’eccellenza, alla cura della persona e alla manutenzione tecnica come elettricisti, idraulici, professioni dove il contributo fisico e relazionale è ancora insostituibile.

A complicare il quadro c’è quella che viene definita “crisi della mediazione” manageriale: il 55,3% dei dipendenti percepisce che i propri vertici aziendali si fidino più degli algoritmi che delle persone. Una sensazione di non essere “visti” che trasforma l’IA, agli occhi di molti lavoratori, in una minaccia calata dall’alto piuttosto che in uno strumento condiviso.

Un divario di competenze che passa per età e geografia

Al centro di questa sfiducia c’è un problema di competenze, non di infrastrutture. Solo il 33% degli italiani si ritiene pienamente competente nell’uso dell’IA, contro una media europea del 40%. Il divario si allarga tra generazioni: il 56% dei giovani tra i 18 e i 26 anni si dichiara autosufficiente, mentre tra gli over 60 non attivi la quota scende al 19%. Solo il 27% della forza lavoro dichiara un’intenzione concreta di formarsi da subito.

Anche la geografia pesa. Milano si conferma un laboratorio avanzato e per certi versi isolato: se a livello nazionale il 55,3% degli avvocati utilizza già l’IA nella professione, nel capoluogo lombardo il dato sale al 67%. Una “doppia velocità” che rischia di lasciare indietro il resto del Paese e che, secondo diversi osservatori, sacrifica il pensiero critico sull’altare dell’efficienza.

Il rischio del “deskilling” nelle professioni intellettuali

Proprio a Milano si registra un dato che fa riflettere: l’uso dell’IA per redigere bozze di pareri legali (53,3%) ha ormai superato quello per la ricerca giurisprudenziale tradizionale (51,9%). È il segnale di un fenomeno più ampio, il cosiddetto “deskilling cognitivo”: l’erosione delle capacità analitiche causata dalla delega sistematica alla macchina.

Il paradosso è tutto generazionale: sono proprio i giovani professionisti, i più assidui utilizzatori dell’IA (72% tra i praticanti), a mostrarsi più preoccupati per la propria crescita intellettuale, con un livello di preoccupazione medio di 7,17 su 10. Secondo lo studioso Federico Cabitza, il meccanismo si articola in tre fasi: l’erosione delle competenze che il sistema sostituisce, il blocco nell’acquisizione di competenze nuove (poiché lo sforzo cognitivo viene “appaltato” alla macchina) e infine una standardizzazione del ragionamento che rischia di soffocare il dissenso creativo e l’innovazione.

Informazione e fiducia: il rifiuto degli italiani

Se c’è un ambito in cui la diffidenza verso l’IA si fa più netta, è quello dell’informazione. Il 61,6% degli italiani rifiuta canali informativi interamente generati da un algoritmo. Le ragioni sono strutturali: la macchina non può essere ritenuta responsabile delle proprie affermazioni, né può offrire quella “presenza” e testimonianza diretta che il giornalismo tradizionale garantisce. Solo il 30,1% accetterebbe l’IA nell’informazione a patto di un controllo umano permanente e costante.

Non è un caso isolato: il 66% degli italiani teme la manipolazione dell’opinione pubblica tramite IA e il 76,5% ammette difficoltà a distinguere i deep fake dai contenuti reali. Un terreno scivoloso che alimenta anche un pericoloso negazionismo delle fake news, più diffuso (40,4%) tra le fasce meno scolarizzate, che spesso interpretano le smentite ufficiali come una forma di censura.

Le possibili soluzioni: welfare e nuove competenze

Di fronte a questo scenario, la strada indicata dagli esperti non è tecnologica ma organizzativa. Un dato su tutti: ogni anno il 40% del credito welfare in Italia resta inutilizzato, segno che le aziende hanno già gli strumenti per ridurre l’ansia da IA ma non riescono a renderli davvero rilevanti per la vita dei lavoratori. Come sottolinea Alberto Perfumo di Epassi Italia, spesso non serve inventare nuovi programmi: basta far funzionare meglio quelli esistenti, attraverso comunicazione preventiva, formazione mirata sul valore del lavoro (non solo sull’uso degli strumenti), semplificazione dell’accesso ai benefit, formazione manageriale sulla gestione della vulnerabilità dei team e un monitoraggio costante del clima aziendale.

Una nazione sospesa tra curiosità e diffidenza

I dati raccontano di un’Italia sospesa tra un’adozione tecnologica silenziosa e una sfiducia dichiarata ad alta voce. L’intelligenza artificiale, in questo scenario, non è né una minaccia da respingere né una soluzione automatica: è una trasformazione che l’Italia dovrà imparare a governare, investendo su competenze, formazione e soprattutto su quelle soft skill; pensiero critico, empatia, capacità di negoziazione che restano l’unica vera barriera contro un’automazione priva di controllo umano.

E tu, cosa ne pensi? Ti riconosci in questo quadro di curiosità e diffidenza verso l’IA, o la usi ogni giorno senza nemmeno accorgertene? Lascia un commento con la tua esperienza, condividi questo articolo con chi nel tuo lavoro sta già affrontando questi cambiamenti, e continua a seguirci per approfondire come l’intelligenza artificiale sta ridisegnando il rapporto tra italiani, lavoro e informazione.


Fonti usate per la stesura dell’articolo:

Sky TG24: “AI Anxiety”: più di 4 lavoratori su 10 temono di essere sostituiti dalla tecnologia,.
Gianluigi Bonanomi: Cos’è l’AI Anxiety? Quando l’intelligenza artificiale genera ansia,.
Blog Università eCampus: Fake news, per 3 italiani su 4 è sempre più difficile riconoscerle,.
Capitalist: Gli italiani usano sempre più l’IA, ma la fiducia resta bassa: cosa dicono i dati.
Impegnati a cambiare (Altroconsumo): Gli italiani usano sempre più l’IA, ma solo uno su tre si sente competente.
Ordine Avvocati Milano (via Guida al Diritto – Il Sole 24 Ore): IA nella professione forense: il rischio di una perdita cognitiva,.
L’Azione: INFORMAZIONE: gli italiani vedono con sospetto l’intelligenza artificiale.
Ipsos: Intelligenza Artificiale nel 2026: si accentua il divario tra entusiasmo e preoccupazione,.
Tra ripresa e incertezze: le aspettative per il 2026,.
Confcooperative: Intelligenza artificiale e persone: chi servirà chi?,.
ItaliaOggi: Intelligenza artificiale, gli italiani ne hanno fiducia ma la conoscono ancora poco,.
FarmaMese: Italiani e Intelligenza artificiale: cresce l’uso, ma anche le diffidenze,.
Umanità e Penalità: L’informazione nel mirino: tra saturazione mediatica, nuove gerarchie e cittadinanza critica.
CONSUMERISMO.it: L’intelligenza artificiale in Italia entra nella vita quotidiana: cresce l’uso, ma restano dubbi e divari di competenze,.
Geopop:L’intelligenza artificiale è ovunque, ma il 42% degli italiani sostiene di non usarla,.
Le preoccupazioni per l’impatto dell’AI sul mondo del lavoro sono fondate? Ecco cosa dicono i dati,.
Effimera: Note al rapporto Censis 2025 – di Gianni Giovannelli,.
DIKAIA: Quanti avvocati utilizzano l’intelligenza artificiale? I dati del CENSIS 2025.
Scuola Viva Campania: RAPPORTO CENSIS 2025: SCUOLA E FUTURO TRA INSODDISFAZIONE E PREPARAZIONE,.
Censis: Una scelta coraggiosa: essere genitori nonostante tutto,.
Analisi Sociologica (Documento Markdown): La transizione algoritmica dell’italiano medio: analisi sociologica tra asimmetrie cognitive, “AI Anxiety” e riflussi fiduciari (questo documento è una sintesi critica presente nel notebook che aggrega dati dalle fonti sopra citate).

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