Informazione e IA: quando l’utilizzo dell’intelligenza artificiale non ha alcun senso

Immagine di Alfonso Fanella

Alfonso Fanella

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C’è qualcosa di profondamente stonato nelle immagini che sempre più pagine social utilizzano per raccontare fatti reali.
Non parliamo dell’uso creativo dell’intelligenza artificiale, che può essere utile per le grafiche pubblicitarie o per la generazione di grafici esplicativi. Parlo di un altro fenomeno: l’uso sistematico di immagini artificiali per accompagnare notizie, temi sociali, drammi collettivi e tematiche culturali.

L’esempio è ormai ovunque. Un post parla dell’emigrazione dei giovani italiani e mostra una stazione immersa nella pioggia, un ragazzo con la valigia, atmosfere cinematografiche, ombre, dissolvenze, malinconia prefabbricata. Tutto artificiale e soprattutto: falso.

Non è una fotografia. Non è cronaca. Non è un momento reale. Non è nulla, se non una simulazione emotiva inutile. E qui veniamo al problema principale.

Intelligenza artificiale o stupidità umana?

L’intelligenza artificiale ha uno scopo preciso: velocizzare attività generative, automatizzare processi, supportare l’analisi dei dati e migliorare l’efficienza del lavoro umano.

Ma nel racconto dell’attualità sta accadendo qualcosa di paradossale.

Quando una pagina pubblica dati sociali, cronaca o approfondimenti culturali, il modo più semplice, rapido ed efficace per accompagnare il contenuto sarebbe utilizzare una fotografia reale: cercarla, selezionarla e contestualizzarla.

La realtà esiste già. È documentata. È fotografata ogni giorno. E allora perché si perde tempo a costruire un’immagine finta che sembri reale, piuttosto che cercare una fotografia autentica?

Bisogna:

  • scrivere prompt,
  • rigenerare varianti,
  • correggere errori,
  • eliminare dettagli innaturali,
  • modificare volti, mani, luci e ambientazioni,
  • costruire artificialmente un’emozione.

Tutto questo per ottenere qualcosa che non documenta nulla e che sarà sempre la brutta copia di qualcosa che esiste già.

 

“Rocca Calascio” nel famoso mondo delle meraviglie

Il problema non è tecnologico. È culturale

L’IA non è il nemico. Lo diventa l’uso superficiale che se ne fa.

Perché una fotografia reale porta con sé contesto, testimonianza, imperfezione e autenticità. Anche quando è semplice o poco spettacolare, racconta qualcosa che è realmente accaduto. Un concetto che dovrebbe essere alla base del lavoro di cronaca.

Un’immagine generata artificialmente, invece, racconta solo l’intenzione di chi vuole provocare una reazione emotiva, superficiale e imprecisa.

Ed è questo il punto più pericoloso: stiamo sostituendo la realtà con la scenografia della realtà. L’impatto visivo prende il posto della testimonianza.

La vera domanda è: stiamo ancora informando?

Molte di queste immagini non aggiungono alcun valore al contenuto. Non spiegano e non danno idee di contesto. Servono soltanto a catturare attenzione nel feed.

Forse è proprio qui il nodo centrale: molte agenzie d’informazione social hanno smesso di raccontare il mondo per iniziare semplicemente a costruire immagini che funzionano meglio dal punto di vista percettivo.

Il problema più inquietante? Ci stiamo abituando

C’è poi un aspetto ancora più interessante — e forse più preoccupante — di questo fenomeno: il pubblico ormai riconosce perfettamente queste immagini artificiali.

Molti utenti capiscono immediatamente che si tratta di scene generate dall’intelligenza artificiale. Lo vedono nelle luci troppo cinematografiche, nelle atmosfere irreali, nelle composizioni perfette, nei dettagli innaturalmente drammatici.

Eppure cliccano, commentano e condividono lo stesso. Come se quell’immagine rappresentasse davvero la realtà o, addirittura, la preferiscano.

È un passaggio culturale enorme: non stiamo più cercando qualcosa di autentico, ma qualcosa che sembri visivamente impattante da meritare attenzione.

Se ci abituiamo a consumare rappresentazioni artificiali di problemi reali, non rischiamo di finire per accettare – lentamente – che anche la realtà possa essere ricostruita? 

Così, tra una fotografia vera e una tristezza generata da un algoritmo, la differenza non è soltanto tecnica, ma culturale: la sofisticazione della realtà non è più un problema giornalistico, ma un desiderio collettivo.

 

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